Gli Scalpellini

L’arte dello scalpellino a Pove raggiunge il suo massimo sviluppo alla fine dell'Ottocento, ma è un’arte antica e come tale affonda le proprie radici in tempi lontani. Pove, secondo quanto dicono gli scritti di illustri architetti dell’epoca, come lo Scamozzi, è un luogo già molto conosciuto per i suoi marmi e i suoi artisti scalpellini. Lo stesso Scamozzi conosce molto bene il paese, in quanto vi si è recato più volte, come in occasione della costruzione della nuova chiesa parrocchiale di San Vigilio nel 1604, che vede impegnati nei lavori molti scalpellini povesi.

I marmi e le pietre che utilizzano gli scalpellini povesi provengono dalle loro cave in montagna. Da testimonianze dell’epoca sappiamo che i marmi prodotti dalle cave di Pove erano di eccellente qualità e di vario colore: cinerizio, rosso chiaro e bianco e che quest’ultimo per la sua bianchezza singolare e per la sua lucidezza era chiamato “Biancon di Pove” ed assomigliava molto al marmo di Carrara.

Tra la fine del ‘700 e gli inizi del ‘800, sono ben ottanta i capi famiglia, tra scalpellini, cavatori, lustradori e tagliapietre, che si guadagnano da vivere sfruttando le risorse del marmo. È proprio da queste famiglie che Napoleone, durante il Regno Italico (1807-1813), ha preso le maestranze che hanno lavorato alle Procuratie di San Marco a Venezia, il Canova ha scelto gli scalpellini per il suo Tempio a Possagno e l’Imperatore Guglielmo ha selezionato gli artisti per la sua Cattedrale di Colonia.

Sempre da Pove, nei primi anni dell'800, esce uno dei più grandi discepoli del Canova: Antonio Bosa (1780-1845), che contribuirà a rendere famosi in Italia gli scalpellini povesi. Antonio Bosa nasce come ritrattista ed in questa veste realizza l’effige del maestro Canova per il monumento nella Chiesa dei Frari a Venezia (1827). Il suo capolavoro resta il monumento funebre al Winckelmann, oltre ad altre bellissime opere realizzate a Trieste, in Toscana e a Venezia, scelta come una seconda patria dopo Pove.

Antonio Bosa è in questi anni uno dei tanti artisti scalpellini che hanno lasciato il paese alla ricerca di fortuna, dando vita a una migrazione lenta e silenziosa, che inizialmente volontaria diventa poi forzata, portandoli in Europa e al di là degli oceani, molte volte senza ritorno.
Verso la fine del 1800, infatti, il lavoro della pietra a Pove, che dà da vivere a circa metà del paese, entra in crisi. Col passare degli anni, la migrazione stagionale degli scalpellini in Austria, Germania e Francia, iniziata nel secolo precedente, va crescendo e questi lavoratori una volta tornati a Pove si ritrovano senza lavoro.
Fra gli scalpellini i primi che sono costretti a lasciare il posto di lavoro e cercarlo altrove sono i cavatori. Ma con l’abbandono e la chiusura delle cave viene meno la materia prima per i laboratori artigianali che entrano in crisi. Il consiglio comunale cerca più volte di far fronte a questo problema e di trovare una soluzione che permetta agli scalpellini di rimanere in paese.
Purtroppo lo scoppio della Prima Guerra Mondiale costringe molti scalpellini a rimpatriare dalla Francia, dall’Austria e dalla Germania, andando ad accrescere a Pove il numero dei disoccupati. Molti scalpellini, allora, partono per il fronte, con l’illusione di tornare presto e di trovare al rientro a Pove una situazione migliore, che permetta loro di non dover più partire come emigranti. Ma finita la guerra, dopo anni di sofferenze e rischi, questi scalpellini sono attesi a Pove da una situazione affatto migliorata, anzi peggiorata di molto. Nel 1922, quando vengono riaperte le frontiere europee, l’emigrazione povese riprende a pieno ritmo e di conseguenza la lavorazione della pietra e del marmo a Pove entrano di nuovo in crisi. Molti scalpellini vanno e vengono, partendo in primavera e tornando in inverno, mentre altri si stabiliscono lontano definitivamente con le loro famiglie per non tornare più.
La decadenza e l’abbandono delle cave si aggraveranno ancor più negli anni del Fascismo, tanto che i lavoratori in questo periodo si riducono a quattro, ma, nonostante tutto, le famiglie che a Pove vivono ancora con il lavoro del marmo sono ben 430.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale la situazione non migliora; molti scalpellini emigranti tornano a Pove con la speranza, dopo anni di distacco, di poter riprendere in mano gli attrezzi che hanno abbandonato, ma purtroppo l’arte dello scalpellino che hanno appreso da ragazzi non esiste più.
Gli eredi di quest’arte povese Danilo Andreose e Natalino Andolfatto hanno operano e vissuto lontano da Pove, ma con le loro opere e la loro fama hanno contribuito a rendere immortale il nome degli scalpellini povesi.

Fra i monumenti realizzati dagli scalpellini e ricordati dagli stessi con fierezza vanno citati: la Basilica di Santa Teresa a Lisieux in Francia; il monumento alla Regina Elisabetta in Germania; i grandi cimiteri ai soldati inglesi, caduti in Francia durante la prima guerra mondiale; il Palazzo del Governo a Berlino; e, infine, dopo l’ultima guerra, il monumento all’Europa a Bruxelles. E qui in Italia: il Tempio Ossario di Bassano del Grappa, l’Ossario di Asiago e quello del Grappa; dopo la Seconda Guerra Mondiale, il monumento a De Gasperi a Trento.